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Filottete

messa in scena teatrale dal Filottete di Sofocle

 

In una Lemno presentata da Sofocle come deserta per dare ulteriore risalto alla penosa solitudine del suo eroe, giunge una spedizione greca per condurre Filottete a Troia. L’eroe, figlio di Peante e depositario dell’arco e delle frecce di Eracle, è stato abbandonato lì dieci anni prima (in occasione della spedizione verso Troia) dai compagni nauseati dal fetore della sua piaga - provocata dal morso di un serpente - ed esasperati dai suoi angoscianti gemiti. Ma ora Odisseo, in seguito alla profezia secondo la quale la città nemica potrà essere conquistata soltanto grazie alle armi di Filottete, torna a Lemno per condurre l’eroe a Troia, e perché la sua impresa abbia buon esito porta con sé il giovane e nobile Neottolemo (personaggio sapientemente introdotto da Sofocle), che dovrà agire con l’inganno per attirarsi la benevolenza di Filottete. Neottolemo, animo puro e non incline alla menzogna, si ritrova a obbedire, malvolentieri e in virtù della giovane età e del suo ruolo, al subdolo Odisseo, mente duttile che attraverso l’arte sofistica della parola mira esclusivamente all’utile. Egli conquista la fiducia di Filottete, il quale, legato a lui da immediata empatia, lo chiama ripetutamente τέϰνον, figlio. L’eroe si fida del giovane a tal punto da dargli in custodia le armi. In Neottolemo, spinto da profonda compassione e sincera amicizia, si fa strada da tempo una crisi di coscienza, che fa infine riaffiorare e prevalere la sua nobile φύσις: dice tutta la verità a Filottete, gli riconsegna l’arco e tenta di persuaderlo a recarsi con lui a Troia. Sentendosi tradito e ingannato, Filottete, personaggio di elevatissima statura morale e di grande forza d’animo, ma al contempo vulnerabile, pronto ad amare come a odiare, oppone un immediato rifiuto ed è incrollabile nella sua posizione. Soltanto l’intervento di Eracle in qualità di deus ex machina determinerà lo scioglimento della vicenda: l’eroe si piegherà infatti al volere della divinità che tutto domina.

Ancora una volta la tragedia di Sofocle è la rappresentazione della sofferenza umana, del dolore dell’uomo colpito da un ineluttabile destino. Qui la sofferenza non è soltanto spirituale, ma anche fisica, la conseguenza di un male che consuma l’eroe, lo isola dagli altri ed esaspera il suo odio.

Filottete, Neottolemo, Odisseo, un coro di marinai: una tragedia tutta rigorosamente al maschile, quella rappresentata da Sofocle nel 409 a.C., che le ragazze del laboratorio teatrale non hanno esitato a interpretare, con la naturalezza e il coraggio che sono propri della loro età. Un’ardua scommessa per le nostre alunne, che con impegno e serietà - e senza mai cedere alla facile tentazione di ridicolizzare o di scimmiottare l’altro sesso - sono riuscite a dare fierezza virile al loro adolescenziale corpo femminile, e senza filtri hanno dato voce a questi splendidi personaggi e al loro animo.

La tragedia presentata è un rimaneggiamento dell’opera sofoclea. In scena quattordici allieve dello Spedalieri, seguite dalla prof.ssa Francesca De Santis - che ha curato anche la rielaborazione del testo - e magistralmente dirette da Monica Felloni, Manuela Partanni e Piero Ristagno, rispettivamente regista, coreografa e direttore artistico dell’Associazione Culturale Nèon. Lo scopo è quello di far comprendere, in un breve spazio temporale, lo spirito del mito di Filottete e il profondo significato della tragedia di Sofocle.

Filottete
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